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lunedì 3 gennaio 2011

mercoledì 17 giugno 2009

Il caso di Thomas Crwaford - di Gregory Hoblit. Con Anthony Hopkins, Ryan Gosling. Produzione USA 2007 - 113 min.

Thriller classico, ma dalla struttura poco ortodossa. Rovesciata, per dire: il colpevole si scopre all'inizio del film ed esce di galera alla fine. Anche se vi ritorna bastardamente per un "altro reato". Thomas Crawford(Hopkins) uccide la moglie fedifraga, e mette in atto un piano luciferino per uscirne pulito dopo l'incriminazione. A reggergli il confronto è un giovane avvocato, Willy Beachum(Gosling), il quale si sta giocando la carriera per effetto del procedimento che ha deciso di seguire. Tutto qui? Più o meno. Pur con una struttura inversa che permette qualche colpo di scena ben studiato, il film si trascina stancamente verso un finale abbastanza scontato. Tensione rasente il nulla, ed interpretazione tipica da bamboccione hollywoodiano di Gosling il quale, già monoespressivo e faccia da pesce lesso, parte con uno svantaggio abissale in termini di carisma e bravura con il sempre eccellente Hopkins. Regia quasi descrittiva ed anonima fanno il resto e consegnano la pellicola alla schiera dei noir giudiziari dalla confezione perfetta, ma dalla sostanza alquanto incerta. Bella la cornice, di dubbio valore il quadro.

lunedì 23 febbraio 2009

Tutti Gli Uomini del Re - di Steven Zaillian. Con Sean Penn, Kate Winslet, Jude Law, Anthony Hopkins. Colore, 140 min. Produzione Usa.

La storia di un venditore che diventa governatore dello stato della Louisiana negli anni 30. In breve, questa la trama del dramma diretto da Zaillian. Willie Stark, anche attivista politico, si accorge di essere pilotato durante i primi comizi elettorali grazie al giornalista Jack Burden(Law), il quale gli farà prendere coscienza prima, per poi diventare un suo fido collaboratore. Stark intraprende una campanga elettorale a modo suo avvicinandosi ai contadini, agli "zotici", ai cosiddetti ultimi, scagliondosi contro il mondo delle banche ed il potere che ne deriva. Nobili intenzioni, ma eletto governatore cadrà preda delle stesse accuse rivolte ai potenti, e soccomberà definitivamente a causa di una manovra oscura che lo porterà alla morte. Filmone classico che sullo sfondo tiene in pugno una sottotrama ancorchè tragica, si sviluppa senza particolari sussulti e non si eleva dalla sufficienza neanche con le interpretazioni di un cast dai nomi altisonanti. Il solo Penn ci mette tutto sè stesso, come al solito, ma il film fatica a districarsi da un processo narrativo alquanto algido, lontano dalla passione e dalla tensione che una dramma come questo dovrebbe evocare. Un compitino svolto a dovere, per carità, con una esposizione dei fatti esemplare ed una ambentazione assolutamente efficace, manca però l'elemento che ne farebbe una pellicola capace di distinguersi dalla moltitudine dei film di genere: la linearità. Incomprensibile la scelta di doppiare Penn con un ridicolo accento italo-americano alla pari dei mafiosi dei film di Scorsese e Coppola.

martedì 2 dicembre 2008

Il piacere e l'amore - di Nuri Bilge Ceylan. Con Ebru Ceylan, Nuri Bilge Ceylan, Nazan Kesal, Mehmet Eryilmaz. Produzione Turchia/Francia 2006.

Ancora solitudine. Ancora sentimenti che mutano ed inaridiscono. Il regista turco mette di nuovo l'accento sul disagio interiore questa volta conseguente ad un rapporto amoroso che si chiude, si riapre, si chiude di nuovo, ma con volontà alterna. Isa - docente di storia dell'arte - e Bahar - produttrice televisiva- si amano. Lei decide di lasciarlo durante le vacanze, ormai insofferente al rapporto. Si perdono completamente di vista al ritorno ad Istanbul. Lui, dopo aver adescato una vecchia fiamma con la quale si esibisce in un amplesso(condiviso) al limite dello stupro, va in cerca di lei. Ritrovata, sarà lui a lasciare lei questa volta. Lo scorrere del tempo e degli eventi segna inevitabilmente anche le passioni. Come il cambio delle stagioni condiziona la natura. Da qui il titolo originale "Iklimler", climi in turco, che dettano i tempi dell'amore vuoto compreso: tra le stagioni - in estate si chiude, in autunno si riaccende, in inverno si chiude ancora - manca la primavera. La stagione in cui sbocciano i fiori. Stagione in cui per Isa non sboccerà mai più nulla. Primi piani, lunghi silenzi, paesaggi innevati ed una Istanbul gelida e triste come da copione - come anche Pamuk straordinariamente descrive nel suo "Instanbul" - fanno da cornice ad un film che conferma l'abilità del regista balcanico nel descrivere la condizione dell'uomo moderno che affannosamente rincorre per avere e deliberatamente perde una volta ottenuta. Qualche forzatura ed una banale linearità della storia amorosa non tolgono nulla ad un film di valore, artigianale, sincero, corredato da una splendida fotografia.

martedì 5 agosto 2008

Certi Bambini - di Antonio ed Andrea Frazzi. Con Rolando Ravello, Gianluca Di Gennaro, Nuccia Fumo, Miriam Candurro, Arturo Paglia. Colore 94 min. Produzione Italia 2004.

Come un ragazzino di 11 anni finisce al soldo della camorra. La storia di Rosario che vive solo con la nonna nel cuore della Napoli antica raccontata in continuo flash back attraverso i ricordi stessi che Rosario rivive mentre in metropolitana si dirige verso il suo primo "lavoro". Tratto dal romanzo di Diego De Silva, è un film sull'infazia negata e sulle sempiterne ferite di una città che se da un lato tenta di ridare speranza attraverso l'opera di un prete e dei servizi sociali, dall'altro sembra sempre più forte il richiamo della strada e dell'arroganza, della violenza. In un crescendo teso e con uno sgurado fisso sulla storia senza nessuna pretesa di fornire motivizioni sociologiche, i fratelli Frazzi costruiscono un'opera esemplare, realistica, drammatica, con il solo difetto di non essere andati più a fondo sull'assenza dei genitori sfiorata solo all'inizio quando Rosario accarezza la madre in una foto attaccata ad uno specchio. Finale lancinante che in un certo senso, nonostante tutto, ci mostra Rosario ancora attaccato ai suoi 11 anni con la voglia di tirare calci ad un pallone assieme ad altri ragazzini. O che, forse, ammazzare un uomo è già diventata un'abitudine fin dal primo colpo.

venerdì 4 aprile 2008

My Blueberry Nights - di Wong Kar Wai. Con Norah Jones, Jude Law, Rachel Weisz, Natalie Portman, David Strathairn. Colore 111 min. Produzione Francia, Cina, Hong Kong 2007.

In molti si chiedevano cosa ne sarebbe rimasto della poetica del regista cinese al suo primo film americano. La risposta è immediata: è ancora tutta lì, integra. Struggente, poetica, lacerante. Visivamente emozionante. Come sempre, in pratica. Elizabeth(Norah Jones) vive un lutto amoroso, lasciata dal ragazzo. Comincia a frequentare il ristorante gestito da Jeremy(Jude Law). Parla con lui, si confessa. Lui ricambia. Ogni sera lei mangia la deliziosa torta di mirtilli con gelato che lui prepara(da qui il titolo originale. Ridicolo il titolo scelto per la distribuzione italiana che per pudore non nomino neanche). Ma Elizabeth non è ancora pronta. Le ferite sono ancora fresche. Aperte, fanno ancora male. Allora decide di partire alla ricerca della cura. Incontrerà altri cristi alla deriva per poi ritornare alla fine del viaggio dopo quasi un anno. Un road movie malinconico, amaro e per certi versi anomalo dove la protagonista si sposta di città in città senza che c'è dato vederle. Un film d'interni che sfoggia una fotografia che lascia a bocca aperta e girato quasi interamente in notturna dove il tocco di Wong è ancora più pronunciato. Luci e neon, vetrine fumose, atmosfera sommessa e ritmi lenti, protagonisti quasi incorniciati da frequenti primi piani, ralenti, immagini sbiadite, colonna sonora importante e straziante(Ry Cooder) ed una presa di posizione controcorrente che rinuncia alla tecnologia e lascia Elizabeth scrivere a penna una marea di cartoline spedite all'amico Jeremy. Certamente pellicola più lineare delle precedenti e forse il finale più lieto della filmografia del regista asiatico, ma questo è grande cinema. Lussureggiante, romantico, sognante. Il racconto di una crescita interiore che avviene proporzionalmente al contatto con altri disperati. Ritrovare se stessi nel dolore e nel senso d'angoscia degli altri. E quando capisci che i sentimenti non fanno più paura, allora è tempo di attraversare di nuovo la strada. Bene la Jones qui alla sua prima prova ed eccellenti tutti gli altri, Strathairn su tutti nelle vesti del poliziotto alcolizzato lasciato dalla moglie(Rachel Weisz. Bellissima).

Più Wong Kar-Wai per tutti.

martedì 25 marzo 2008

Onora il Padre e la Madre - di Sidney Lumet. Con Philip Seymour Hoffman, Ethan Hawke, Marisa Tomei, Albert Finney. Colore 117 min. Produzione Usa 2007.

Ad 84 anni suonati Lumet ci arriva con ancora tanta rabbia in corpo. Questa sua nuova opera è un inno cinico in cui serpi velenose covano bastardamente dentro la famiglia. Tanto per dirci ancora una volta che il nucleo familiare può essere, di pari passo con un rifugio, anche un qualcosa da cui fuggire perché si perpetrano crimini indicibili. Figli alla deriva in guai economici e sentimentali. Bevitori incalliti e tossici che organizzano una rapina alla gioielleria dei genitori. Da due teste di cazzo non c'era d'aspettarsi filasse tutto liscio. Prima Hank(Hawke) manda a puttane il colpo tirandosi dietro un complice incapace; dopo Andy(Seymour Hoffman) non riesce a tenere a freno la valanga generata dal fratello(e dalla sua mancata organizzazione di un piano b) e mette in moto un vortice di pura follia omicida complice anche una vita interiore e matrimoniale fallimentari. Sarà lui stesso vittima per mano inaspettata. Figli che uccidono i genitori, genitori che uccidono i figli. Con una struttura temporale che rimanda al modo in cui ogni protagonista vive la faccenda, a metà tra flash-back e scomposizione e con fervida lucidità il buon vecchio Sidney inscena una tragedia familiare diabolica dove la devastazione interiore dei protagonisti comporta risultati sconvolgenti. Saltano tutti i ruoli al cospetto di una resa dei conti dove ognuno è a suo modo una belva inferocita alla ricerca di una via salvifica o di vendetta. Charles(Finney), il padre è, forse, metaforicamente, l'unico a trovare quello che cerca in quell'abbaglio finale che lo conduce beffardamente in "paradiso" prima dell'arrivo del "diavolo"(vedi significato del titolo originale del film. Per l'ennesima volta storpiato dalla distribuzione italiana). Bellissimo e con interpretazioni eccezionali(e con la Tomei che per la prima volta si mostra in tutto il suo splendore).

lunedì 17 marzo 2008

I Padroni Della Notte - di James Gray. Con Joaquin Phoenix, Mark Wahlberg, Robert Duvall, Eva Mendes, Tony Musante. Colore 117 min. Produzione Usa 2008.

Epica familiare. Questo il sunto del terzo film di James Gray il quale, tentando la carta definitiva del successo, con questo nuovo film fa il verso a registi del calibro di Scorsese ma in particolare di Ferrara. Le vicende narrate sono quelle della famiglia Grusinsky: Bert(Duvall) capo della polizia di NY; Joseph(Wahlberg) figlio che segue le sue orme; Bobby(Phoenix) gestisce un mega locale(si scoprirà della mafia russa). Quando Joseph fa irruzione con la narcotici nel locale del secondo alla ricerca di spacciatori si innesta un meccanismo tragico di violenza e morte che comporterà anche uno "scambio" di ruoli tra i fratelli. Film tesissimo con sequenze da brivido(vale per mille quella dell'inseguimento in soggettiva) che inscena la spietatezza del crimine e di pari passo la cruda realtà di una famiglia che seppure alla fine vincitrice il trofeo ottenuto non è per nulla consolatorio. Anzi, il finale è di un amaro incontenibile. Atmosferico e lugubre, girato quasi del tutto in notturna, "I Padroni Della Notte" è un poliziesco classico nella struttura e nel tema(la vendetta), ma moderno nel suo incedere. Ripropone il finire degli anni '80 in una New York malinconica e lurida dove ogni angolo è un posto dove puoi facilmente trovare la tua tomba. Dove il Bene trionfa sul Male, ma paga un prezzo altissimo ed il futuro è tutto fuorché roseo. Colonna sonora sparata al massimo e protagonisti ben calati nei ruoli. Adrenalinico e riflessivo allo stesso tempo.

Bert(Duvall): Se ti pisci nei pantaloni stai al caldo solo per un po'.

giovedì 13 marzo 2008

Kolya - di Jan Sverak. Con Zdenek Sverak, Andrej Chalimon, Libuse Safrankova, Stella Zazvorkova. Colore 105 min. Produzione Rep, Ceca 1996.

Il muro di Berlino crollerà di lì a poco. Siamo a Praga nel 1988.
Un violinista decaduto, Louka(Zdenek Sverak, padre del regista), una volta famoso, sposa una donna russa per soldi. Lei ha solo bisogno di alcuni documenti. Quando la donna scappa via una volta ottenutoli abbandona suo figlio Kolya(che parla soltanto il russo). Louka, un uomo scontroso, ribelle, costretto alla sopravvivenza a causa della sua esclusione dall'orchestra filarmonica di stato per un diverbio con un burocrate del partito comunista dovrà prendersene cura. Al suo terzo film Sverak conferma a pieno il suo talento dirigendo una storia apparentemente semplice ma dagli aspetti di fondo complessi. Rapporto tra due estranei che non parlano la stessa lingua e di età agli antipodi in un contesto storico-politico ancora più ingarbugliato come quello che si è avuto sul finire degli '80. Due estranei, un "invasore"(Kolya, russo), ed un "invaso"(Louka, ceco). Scanzonato, tenero, divertente, "Kolya" è un film sulla paternità e sulla convivenza, sulla forza del sentimento che supera ogni tipo di ostacolo(la polizia segreta alle calcagna che vuole fare luce sul matrimonio "fasullo") e sul caso che con ineluttabile fermezza mette fine ad ogni "ostilità" con le manifestazioni di giubilo per la morte del regime comunista che posiziona tutti i personaggi dalla stessa parte. Oscar come miglior film straniero e lontano da ogni accondiscendenza lacrimevole. Qualche ruffianata, ma ironico, ottimista, delizioso.

martedì 11 marzo 2008

Prima della Pioggia - di Milcho Manchevski. Con Katrin Cartlidge, Rade Serbedzija, Gregoire Colin. Colore 115 min. Produzione Macedonia/UK 1994.

Tre episodi. Tre storie che si intrecciano e formano un unico plot narrativo. Un unico racconto drammatico che scuote l'anima, che ti pulsa nel petto e nella testa alle porte dei conflitti etnici nella ormai ex-Jugoslavia. Conflitti che travalicano i confini ed arrivano in altri paesi separando ed allo stesso tempo unendo destini. Zamira, albanese, si rifugia in un monastero macedone accusata di aver ucciso un uomo.
Anne lavora in una agenzia inglese a Londra. Perderà il marito accidentalmente in una sparatoria e si innamora di Alexander, fotografo macedone tormentato dai suoi stessi scatti e dalla volontà di tornare al suo villaggio anch'esso preda della guerra civile. Struttura complessa che lascia volutamente più di un punto in sospeso mentre il racconto non si ferma neanche in punto di morte. Il senso che si avverte è che la violenza non conosce limiti mentre l'uomo li mostra miseramente tutti. Qui alla seconda prova, Manchevski tiene insieme i tanti fili di un puzzle visivo toccante e lo fa con la maestria di un autore navigato. Sceglie un'ambientazione arcaica, paesaggi mozzafiato e spennellate di colori anticati che ti fanno capire da dove discende il film. E quella scomposizione (a)temporale della sceneggiatura, che rende lo scorrere del tempo la colonna sonora di un insieme di anime destinate a non trovare mai quiete, fornisce materia di discussione a volontà sul concetto del cerchio(finisce lì dove inizia) che non si chiude mai. Davvero un gran film. Leone d'oro a Venezia ex aequo con "Vive l'amour" di Tsai Ming-Liang.

lunedì 10 marzo 2008

Il Segreto di Esma - di Jasmila Zbanic. Con Mirjana Karanovic, Luna Mijovic, Leon Lucev. Colore 90 min. Produzione Bosnia Herzegovina 2006.

La guerra nella ex-Jugoslavia è ancora una ferita aperta e dolorosissima. Esma la vive sulla sua pelle come fosse ieri. Il suo segreto la tormenta, le cicatrici sulla schiena non nascondono quelle ben più devastanti che si porta dentro. Una figlia adolescente irrequieta e ribelle con la quale ha un rapporto di amore smisurato non lenisce quel dolore. E' quella figlia stessa e la sua insistenza nel volere conoscere la vera identità del padre a gettare ancora più sale in quelle cicatrici, fino a quando non arriva il momento di dire la verità. Quando ormai è talmente inaudito il peso di quella verità che in uno scatto di rabbia lo sfoghi anche sulla persona a te più cara. Film bosniaco, "Il Segreto di Esma" è l'affresco sincero di una umanità ancora in cerca di pace. E' una storia tutta al femminile che gronda di disperazione e di attimi di dolcezza, di stenti e delle lacerazioni di un popolo combattuto che non riesce a trovare il suo posto definitivo nella Storia. Una Sarajevo martoriata dove sono ancora visibili le tracce della guerra fa da palcoscenico ad un gruppo di attori che interpreta con intensità ruoli scomodi e non facili. Su tutti la Karanovic(Esma) la quale si dà anima e corpo nel personaggio di una madre che seppur non riesca a sputare fuori la melma che l'insidia l'anima se non nel finale, riesce a trovare in sé l'amore materno quando madre lo è diventata senza desiderarlo.

sabato 8 marzo 2008

Factotum - di Bent Hamer. Con Matt Dillon, Lili Taylor, Marisa Tomei, Karen Young. Colore 94 min. Produzione Usa.

Henry Chinasky è la quintessenza dell'autodistruzione. Si trascina di bar in bar, cambia lavoro continuamente, irrequieto negli affetti anche quando (forse) trova la donna della sua vita, strafatto di scopate e di alcool e devoto ad una apatia profonda che rappresenta la linfa vitale della sua esistenza. Relaziona con altri perdenti, con donne ai margini, attaccato perennemente alla bottiglia. L'unica sua certezza è scrivere. Scrivere di quella vita, scrivere dell'inferno che si sta vivendo e farlo solamente per raccontare, non per redemirsi, né come valvola di sfogo. Alter ego di Bukowski, un Matt Dillon sorprendente e coraggioso che si ritaglia addosso un personaggio a tutto tondo e fottutamente credibile, Chinasky è un disadattato figlio di puttana immerso in una realtà ancora più acida e distruttuvia, in quell'America fatta di poveri cristi alla deriva dimenticati anche dal padreterno. Regista norvegese, Hamer mette al servizio del personaggio la telecamera senza mai prendere posizione. Come Chinasky, anche lui, a modo suo, si limita a raccontare quello che succede oltre l'obiettivo facendo coincidere con questa scelta il difetto ed il pregio di un film comunque valido, appassionante, dannato, scorretto. In qualche punto più lento del dovuto, ma reso fluido dalla magistrale interpretazione di un Dillon in stato di grazia. Ormai l'unico belloccio di Hollywood con le palle nello scegliere sceneggiature scomode e dallo scarso appeal commerciale.

lunedì 3 marzo 2008

Angeli perduti - di Wong Kar Wai. Con Leon Lai, Michele Reis, Takeshi Kaneshiro. Colore 95 min. Produzione Hong Kong.

Da una costola di "Hong Kong Express" Kar Wai ne ricava un altro film sulla solitudine. Una riflessione amara sull'incapacità del rapportarsi agli altri e sui sentimenti che non trovano sfogo. "Angeli perduti" è uno sguardo alienato e desolato sull'esistenza ritratto con telecamera in spalla, dilatazioni di immagini e filtri, ralenti. Estetica da videoclip come il regista ci ha abituato. Un universo onirico malinconico sullo sfondo di una Hong Kong stralunata e perennemente notturna. Storia di tre personaggi che non riescono a trovare posto nella società che li ospita, ognuno con la propria vita fatta di affanni, di dubbi e che grazie al Caso si incontreranno non sapendo nulla dell'altro. Un tragico epilogo ed un lampo di luce sul far del mattino rappresentano un finale mozzafiato: soprattutto l'immagine di due dei protagonisti lanciati in moto mentre albeggia è poesia pura. Un film disperato e di appena accennata speranza che non disdegna momenti divertenti e bizzarri ma sempre in una prospettiva che relega il protagonista in un'ottica solitaria, inadatto all'affettività. Angeli che cadono, desolati, turbati. Piccole anime che perdono la partita con la vita e che cercano una via salvifica tramite la cognizione del dolore prima e la fuga attraverso esso dopo.

mercoledì 27 febbraio 2008

Il Petroliere - di PT Anderson. Con Daniel Day Lewis, Kevin O'Connor, Paul Dano, Ciaran Hindis. Colore 158 min. Produzione Usa 2007.

Daniel Plainview, un cercatore d'argento di inizio secolo scorso nella desertica California che comincia a trivellare in cerca di petrolio. Diventerà un ricco produttore di oro nero. Un petroliere. Diventerà soprattutto un cinico, un bastardo, tradotto in un linguaggio corrente e spregiativo. Un film assolutamente fuori da ogni standard produttivo commerciale con cui Anderson si prende la sua bella dose di rischi. In fondo è questo il suo cinema se si pensa a "Magnolia" ed in particolar modo a "Boogie Nights". Irriverente, spietato, al limite del paradosso. Qui prende a pretesto il contrasto tra potere economico e fanatismo religioso e ne ricava una umanità schiava di sé stessa, avida, arida e maledetta. Non c'è posto per i sentimenti se non in un rapporto padre-figlio articolato e difficile che alla fine avrà comunque la sua amara conclusione. Cupidigia. Assenza di valori. Plagio. L'assoggettare persone con un concetto spirituale che va di pari passo ancora oggi con l'accumulare ricchezza. L'esercito delle infinite chiese e credi americani che qui trova la sua perfetta rappresentazione. E' questa la nascita di una nazione, quella che ancora oggi si rispecchia in Plainview e Eli Sunday(Paul Dano nella parte del predicatore), ma moltiplicatasi in maniera esponenziale. Profitto, profitto, profitto. Potere, potere, potere. Fotografia magistrale, scene di una bellezza straripante(quella dell'esplosione del pozzo la ricorderemo a lungo) ed interpretazioni da brivido. Quella di DD Lewis. Maestoso. Gli ultimi quindici minuti del film te li senti addosso, dentro. L'attore inglese entra nella leggenda. Un film senza macchia alla soglie del capolavoro assoluto. La rappresentazione di un cuore di tenebra. Beffardo ed insolente che oltre a scavare nel terreno scava dentro di sé trovando man mano sempre più buio. Petrolio nella terra, pece nelle sua anima. Oscurità ovunque.

Daniel Plainview: alcune volte guardo gli uomini e non ci trovo nulla di interessante.

Come darti torto.

lunedì 25 febbraio 2008

Un cuore in inverno - di Claude Sautet. Con Daniel Auteuil, Emanuelle Beart, Andrè Dussollier. Colore 105 min. Produzione Francia 1992.

L'incapacità di amare. Di rapportarsi agli altri senza provare sentimento non corrispondendolo. Un'altra fine lettura del cineasta francese sulla psicologia che contorna e condiziona i rapporti amorosi. Questa volta più cinico del solito: Stéphane(Auteuil) seduce e conquista Camille(Beart), donna del suo amico e socio in affari per poi respingerla quando lei cede al suo corteggiamento. Un film misurato e per certi versi algido. Atmosfera decadente e scenografie sobrie mentre sullo sfondo si muovono l'arte liutaia e la musica classica. "Un cuore in inverno" è un'opera che si fa strada con amarezza tra le pieghe dell'animo umano e tra gli inestricabili intrecci della mente. Mette in gioco cuore e cervello, illusioni e sprezzo e ci dice che l'amore è sicuramente un gioco, ma soprattutto un gioco sadico che può fare molto male. Alla fine, con eleganza, Sautet non offre vie di fuga ai sentimenti. Li ricopre di quell'alone misterico che inseguiamo ogni volta nonostante non sappiamo mai cosa possa riservarci. In fondo è per questo che amiamo, perché pur potendo elencare una serie di motivi più o meno validi per tutti che ci legherebbero ad un'altra persona è il mistero a tenerci insieme. A mantenerci vivi. Lo stesso mistero che non riesce ad avvicinare Stephane a Camille: lui non crede nelle passioni. Allora decide di ritornare per sempre in letargo, nell'interminabile inverno interiore che custodisce il suo cuore arido. Arido, ma lontano dalla sofferenza. Lontano...

venerdì 22 febbraio 2008

Hong Kong Express - di Wong Kar Wai. Con Tony Leung, Faye Wong, Takeshi Kaneshiro, Brigitte Lin. Colore 102 min. Produzione Hong Kong 1994.

Due episodi. Due storie simili e diverse allo stesso tempo. Un terzo episodio mai girato che farà da incipit per il successivo
film "Angeli Perduti". L'amore che finisce, la solitudine, la leggerezza nel raccontarle ed uno stile assai prossimo all'estetica da videoclip. Wong Kar Wai si fa conoscere al pubblico occidentale con un'opera di grande spessore ed un linguaggio filmico che in seguito farà proseliti. Fa muovere i suoi personaggi sullo sfondo di una Hong Kong frenetica e brulicante di luci e colori, li isola dal contesto ritraedoli in ralenty e slow-motion mentre la vita scorre e fa il suo corso. Videocamera in spalla, "Hong Kong Express" è un'idea che si trasforma in improvvisazione, quasi priva di sceneggiatura. Semplici e pochi dialoghi, un fiume di immagini ed una fotografia spettacolare di Chris Boyle. Ma c'è un tema sempre presente che corre lungo tutto la durate del film: l'inaridirsi dei sentimenti, quelli che hanno fine e quelli che non iniziano mai. Storie d'amore troncate e nuove avvolte nel mistero(primo episodio), desiderate e mai espresse chiaramente(secondo episodio). La sofferenza per quello che finisce e la paura per quello che potrebbe cominciare. Personaggi immersi in una malinconia persistente che perdono quello che hanno e temono quello che potrebbero avere. Una umanità fragile che stenta, che fatica a muoversi nei meandri delle passioni così dolcemente permeabile all'infelicità, così inevitabilmente vicina al corso della storia che vede Hong Kong diventare lentamente e tristemente cinese. Splendida colonna sonora, qualche ingenuità nel primo episodio, ma raccontato con una sincerità disarmante.

martedì 19 febbraio 2008

Al Primo Soffio di Vento - di Franco Piavoli. Con Primo Gaburri, Mariella Fabbris, Ida Carnevali, Alessandra Agosti. Colore 85 min. Produzione Italia 2002.

Un giorno d'estate nella campagna a ridosso del Lago di Garda. Una famaglia intera, ogni singolo componente vive la propria solitudine immerso in una vegetazione incontaminata e nella enorme casa padronale. Ombre e luci. Silenzi. Lunghi silenzi. Accompagnato da nenie melanconiche di Ravel e Satie, "Al Primo Soffio Di Vento" è una raccolta di fotografie, di cartoline e di un simbolismo mai esasperato. La macchina da presa quasi sempre fissa racconta una non-storia di esseri in combutta con se stessi mentre la giornata scorre via scandita dall'inesorabile scorrere del fiume. Un uomo perso nel suo studio tra libri, computer ed incubi. La moglie alla prese con una solitudine ancora più pressante; la figlia minore s'imbatte nel primo turbamento amoroso, quella maggiore "incatenata" al pianoforte mentre suona la colonna sonora del film; un vecchio nel suo letto aspetta la morte, una zia cerca ed invoca disperatamente un amore o un figlio perduto. Gli unici a combattere la solitudine sono i lavoratori extracomunitari che mandano avanti l'azienda. Si ritrovano sull'argine del fiume nel tardo meriggio a cantare ed a danzare mentre la terra lentamente beve il sole. Un film non facile, riflessivo e fisico allo stesso tempo che trasmette un dolce senso d'inquietitudine, una perturbabile visione bucolica, un controaltare continuo e snervante tra la bellezza e la tristezza dell'esistenza. Fotografato in modo splendido dallo stesso Piavoli è un film dal sapore antico, privo quasi del tutto di dialoghi. Lento nel suo flusso poetico getta nel finale le basi di un nuovo giorno, forse diverso dopo una notte tersa, immota, sorvegliata dalla luna piena mentre la casa ed i suoi abitanti cadono nel sonno. L'unico momento in cui tutti, forse, sono vicini gli uni agli altri.

lunedì 18 febbraio 2008

Away From Her - di Sarah Polley. Con Julie Christie, Gordon Pinsent, Olimpia Dukakis, Michael Murphy. Colore 110 min. Produzione Canada 2006.

Nonostante prossimi al mezzo secolo di vita vissuta insieme, Fiona(Christie) e Grant(Pinsnet) sono ancora teneramente legati come se fossero due novelli fidanzati. Fiona comincia ad accusare comportamenti strani, vuoti di memoria. E' il morbo di Alzheimer che si sta facendo lentamente strada tra le sue sinapsi. Inevitabile la scelta del ricovero presso una struttura
che accoglie quella tipologia di malati con l'avanzare del morbo. Tratto da un racconto breve di Alice Munro e da lei stessa sceneggiato, "Away From Her" è un film non sulla malattia ma sulle consenguenze che questa comporta sul piano umano ed affettivo. Brava la Polley, qui all'esordio, a non cadere mai nella lacrima facile e nel sentimentalismo spicciolo che fanno solitamente da contorno ai film di genere. Il tema è trattato con una sensibilità di fondo discreta, quasi in modo riservato ed in apparenza, solo in apparenza algido come nella filmografia del grande regista canadese Atom Egoyan, cooproduttore del film del quale si avverte palesemente la presenza(e l'ispirazione). Girata in patria, in luoghi dove il tempo scandisce lentamente ogni secondo dell'esistenza, dove paesaggi innevati e vegetazione risultano ancora intatti - l'opportunità di sfruttare al meglio la fotografia non è stata per fortuna sprecata - la pellicola è uno struggente canto d'amore e di dolore di due persone sul viale del tromonto di una vita che vivono in modo consapevole accettandone l'amaro decorso finale. Straodinaria la Christie, funzionale l'uso del flashback e dei suoi tempi narrativi.