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domenica 31 luglio 2011

My Dying Bride - Evinta - Peaceville Records - 2011

Vecchi brani rivisti e riarrangiati in questo doppio CD. Ma non è sufficiente a discrevere 'Evinta' perchè, in pratica, è un nuovo album a tutti gli effetti. Quelle proposte sono versioni talmente elaborate e stilisticamente diverse rispetto alle originali che i brani suonano assolutamente come nuovi. Un lavoro enorme di rielaborazione che trasforma i classici della band in suite orchestrali, sinfoniche, in cui sono gli strumenti acustici a tracciarne le melodie ed a strutturarli come operette classiche. Il discanto di Aaron e l'ugola di un soprano, poi, si alternano di composizione in composizione enfatizzando il senso drammatico di un disco autunnale e malinconico come da sempre i My Dying Bride ci hanno abituati, e nell'occasione ancora più profondo, intenso. Questo grazie anche alla partecipazione all'opera di Johnny Maudling - Bal Sagoth - il quale si occupa dei nuovi arrangiamenti badando al necessario, senza strafare, calandosi nell'universo emozionale della band inglese con umiltà e partecipazione. Un lavoro da camera, quindi, che accosta i doom-deathster a realtà consolidate come Dark Sanctuary ed Elend, ma personale, introspettivo, in cui è sempre evidente la loro poetica desolata e dolorante, romantica e decadente. Gradazioni ambient fanno il resto, coprendo 'Evinta' con un velo d'inquietudine quando le aperture orchestrali scemano verso la dilatazione sonora prima, nel silenzio dopo. Per diventare, infine, grandiosamente arte.

venerdì 21 gennaio 2011

Canaan - "Contro.Luce" - Eibon Records - 2011

"Questa polvere di vita
che mi riempie la gola
è specchio di un'anima
invisa a sè stessa
che si guarda sbagliare
senza mai imparare..."


Il sesto album in studio dei Canaan conferma la vena stilistica della band, nonchè quella emotiva. Dark-wave, ambient e vagiti elettronici al servizio dell'introspezione pura. Connubio che se apparentemente potrebbe indurre a pensare al solito indigesto polpettone triste e malinconico, i fatti invece dimostrano che ci troviamo al cospetto dell'ennesimo capolavoro della band lombarda. Dopo l'esaltante esperienza con Neronoia - Un Mondo In Me, e Il Rumore Delle Cose - dopo il bellissimo The Unsaid Words, 'Contro.Luce' si staglia sopra ogni altra produzione di Berchi e soci e diventa indubbiamente il manifesto definitivo della band. Non perchè non ci siano margini per progredire, anzi, ma allo stato delle cose riesce difficile pensare si possa fare meglio data l'eccellenza dell'album in questione: maturo e sperimentale, coarcevo di umori e sensazioni infinite, oscuro e malato, oppressivo e doloroso, ma di pari passo cedevole, indulgente, a tratti delicato, poetico. Ben ventuno brani che scorrono via senza arrecare affanni tra ritmiche dilatate e lente, suoni filtrati, effetti, innesti etnici di matrice mediorientale, tappeti ambient, orchestrazioni - della Universal Choas Orchestra - melodie che ti si piantano dentro e crescono man mano con l'andare del brano, per poi sbocciare definitivamente...sempre dentro. Riflessivo e conturbante, in solenne e perpetuo chiaroscuro, 'Contro.Luce' è completamente cantato in italiano e soltanto da Mauro il quale riesce a trasmettere il colore ed il calore necessari ad ogni testo, in ogni contesto. Disco perfetto? No, ci mancherebbe, ma se lo fosse probabilmente non sarebbe qualitativamente immenso come dimostra di essere: qui è fondamentale anche il fascino dell'imperfezione - poche, pochissime - segno che nel suo incedere maestoso l'album trasmette dignità anche ai difetti. Virtù che solo i più grandi possiedono, ed i Canaan ormai grandi lo sono per davvero.

"Quando chiudere gli occhi somiglia un po' a morire
Quando chiudere gli occhi vuol dire svanire
Deve esserci un modo per togliere le spine
Deve esserci un modo per spegnere il dolore nel cuore
senza farlo sanguinare

Dal profondo di un cuore in rovina
si ritorna finalmente a respirare
l'aria pura del mattino"

Un divenire di emozioni senza fine.

sabato 1 gennaio 2011

Agalloch - "Marrow Of The Spirit" - 2010 - Profound Lore Records.

Ancora una variazione sul tema per il nuovo album degli Agalloch. Ancora un disco di carattere, pregno di personalità ed emotivamente strabordante. Se 'Marrow Of The Spirit' si forgia di quella malinconica vena di fondo presente in tutti i lavori della band di Portland, è anche vero che l'album fa registrare un indurimento del suono, ed un ritorno in parte al black metal delle prime apparizioni sulla scena. Questo senza mai perdere di vista le strade intraprese fino all'eccezionale 'Ashes Agaisnt The Grain', quindi sfumature folk, brevi accenni gothic e quotati struggimenti strumentali tipicamente post-rock. Una sorta di rimescolamento di carte in cui convivono le varie anime del gruppo in un'unica opera, questo in occasione del cambio di etichetta e dell'ingresso in formazione di un nuovo drummer, Aesop Dekker, il quale rinvigorisce la ritmica dando il giusto apporto dinamico al lavoro. Meno dilatazioni, meno progressioni e stile più definito, quindi, e brani di conseguenza che mirano più all'aspetto evocativo, emozionale, che a quello "sperimentale". Poco male in quanto il risultato finale non cambia affatto: 'Marrow Of The Spirit' è un concentrato di violenta spiritualità, colonna sonora di tormentate sere invernali trascorse alle prese con sè stessi. Soffuso, introspettivo e di pari passo gravido di rabbia. Si lancia nei meandri oscuri dell'anima, in foreste innevate dove il tempo sembra essersi arrestato, e riesce a trovare spiragli di luce inaspettati. Drammatico, teatrale, a tratti orchestrale, ci consegna gli Agalloch ancora una volta ispirati che nel rilasciare la summa della loro arte trovano di nuovo modo per guardare avanti: la parte centrale di "Black Lake Nidstang", brano di diciassette minuti, si caratterizza con una nenia di ambient e psichedelia da favola, segno che solo chi sa veramente osare riesce veramente a creare, ad essere leader, e non un follower.


Ancora un passo avanti, ancora oltre, ancora grandi. Ancora Agalloc
h.

martedì 3 marzo 2009

Buried Inside - "Spoils Of Failure" - Relapse Records 2009.

Davvero un discone questo dei canadesi Buried Inside, quintetto di Ottawa che ricalca le orme dei padri pellegrini del post metal e quelle dei più progressisti Mastodon, ma con una lancinante decadenza ed un sofferto incedere che ricorda da molto vicino quello i Cult Of Luna. Introspettivo, a tratti riflessivo, ma sfrontato e vitaminico, "Spoils Of Failure" è un continuo crescendo di emozioni lanciato in un tritacarne che mulina a bassa velocità. Un insieme di ferite che si aprono e si chiudono ossessivamente lasciando filtrare nel sangue la sofferrenza e le paure di un'esistenza tormentata dall'assenza di diritti, da politici bastardi, dalla corsa al successo a scapito di poveri cristi finiti all'obitorio, dalla scienza che sforna mostri inutili al solo scopo di monetizzare i suoi esperimenti mentre noi poveri coglioni ci lasciamo imbonire senza colpo ferire. Otto brani senza titolo che oltre a strappare lacrime e rabbia sul piano strumentale, ti sbattono sul muso liriche di una complessità sociologica al limite della letteratura tecnica, ma allo stesso modo accessibili. Ciniche e spaventosamente veritiere. Tra le più interessanti da una vita a questa parte, frutto di un evidente studio profondo di tematiche delicate e controverse. Sono le spoglie del fallimento, quelle di un'umanità prossima all'autodistruzione che i Buried Inside tracciano con fenomenale intensità attraverso la voce trafiggente di Nick Shaw e le melodie armonizzate delle chitarre, vere spine nel fianco di una condizione umorale in costante discesa che si assesta sui livelli di un grigio assai carico, alle soglie del nero della stessa marcata tonalità delle aquile in copertina che volteggiano pazientemente in attesa della fine. Disperato, malato, caustico. Lo specchio di questo tempo marcio e confuso. Travolgente, malinconico, un disco di un bellezza avvolgente destinato a risvegliare eserciti di anime intorpiditi della piattezza emotiva contemporanea.

martedì 4 novembre 2008

Tribe After Tribe - "M.O.A.B. - Stories From Deuteronomy". RodeoStar 2008.

Dopo sei anni di silenzio tornano i Tribe After Tribe e lo fanno come meglio non potevano. Capitanata dal carismatico Robbi Robb, la band sudafricana osa ancora di più rispetto al solito piazzando, probabilmente, uno dei dischi dell'anno. Certo il disco migliore della loro già intensa seppur povera(in fatto di titoli) discografia. "M.O.A.B.", acronimo dai significati più disparati(allo stesso tempo ricercati e non causali) - dalle note di presentazione del disco rappresenta il deserto di Moab dove Mosè e gli israeliti commisero crimini contro popolazioni locali dedite a credi pagani, alla "Mother Of All Battles" invocata da Saddam Hussein, alla risposta americana con la "Mother Of All Bombs", la "Massive Ordnance Airblast Bomb" - è un disco complesso ed allo stesso modo scorrevole che lascia con il fiato sospeso. Ispirato in parte dal Deuteronomio, dall'Antico Testamento, è un insieme di alternative rock, musica tribale, psichedelia, world music ed altro ancora. Un concept pacifista che abbraccia tutti i temi cari da sempre a Robb, impegnato lungamente fin dai primi passi contro l'apartheid nel suo paese. Diviso in passaggi drammatici ed altri rabbiosi, tra narrazioni e fughe etniche, "M.O.A.B." è un vero e proprio manifesto contro l'ipocrisia imperante dei potenti della terra. Una ricerca incessante che filtra e snellisce senza mezzi termini i mali che attanagliano la comunità globale, sbattuti in faccia senza colpo ferire: "Burning Bush" ne rappresenta l'emblema. Un lavoro intrigante che nelle sue tante sfaccettature risulta equilibrato, ma che riesce ad evocare lo spirito che lo attraversa con una forza espressiva con pochi eguali e che presenta analogie concettuali e strutturali con "Mabool" degli Orphaned Land. La stupenda chiusura con "Red Sky" e "World Drum" mette i brividi, mentre con "Holy City Warrior" t'innesta il seme della rivolta. Disco oltre sotto ogni punto divista, anche lì dove sembra eccessivo quando si fa comunque perdonare con la sincerità che lo contraddistingue. Storie che dal passato si riflettono nel presente e viceversa. L'umanità è destinata a commettere sempre gli stessi (o)errori. I Tribe After Tribe sanno come esorcizzarli.

sabato 27 settembre 2008

Anathema - "Hindisight" - Kscope 2008.

Bisogna ancora attendere per il nuovo degli Anathema perchè questo 'Hindsight' non è altro che la riproposizione di brani già editi in versione semi-acustica(con un inedito). Ma questo non fa del disco un lavoro che non merita attenzione. Anzi, conoscendo la vena umorale e la finezza negli arrangiamenti dei fratelli Cavanagh potreste già provare ad immaginare a cosa andrete incontro. Tinte e sfumature malinconiche amplificate dagli strumenti classici ed un'atmosfera da camera rendono brani noti per la loro alta carica emozionale anche migliori delle versione orginali. Come nel caso di "Flying", di "One Last Goodbye" e di "Fragile Dreams" che toccano ancora di più dentro, nel profondo, dove la voce di Vincent si abbassa ed allo tempo si fa ancora più eterea pronta a rimarcare la malinconica rassegnazione che impregna ogni composizione della band. Se per tutti i brani vale una riproposizione fedele rispetto alle versioni orginali, ma spogliate in buona parte dalla ritmica e dall'elettricità, "Are You There" è sorretta, invece, dalle chitarre acustiche con un soprendente tempo andante che cuce addosso alla canzone un vestito nuovo senza sfigurarne l'aspetto: un capolavoro dal respiro armonico incontrollato che scioglie il sangue nelle vene. Molto bello anche l'inedito, "Unchained(Tales Of The Unexpected)", anch'esso lanciato tra le spire delle corde dell'acustica che chiude un disco di cui se ne sentiva comunque il bisogno, pur se aggiunge poco alla straordinaria evoluzione cui gli Anathema si prestano disco dopo disco. E dopo questo 'Hindsight' chissà cos'altro ci riserveranno.

lunedì 7 luglio 2008

Vanessa Van Basten - "La stanza di Swedenborg" - Eibon Records, Cold Current, Radiotarab, Noise Cult 2006.

Curioso monicker dietro cui si celano due ragazzi liguri, Morgan Bellini e Stefano Parodi qui all'esordio ufficiale. "La Stanza Di Swedenborg", che dovrebbe essere intesa come quel posto in cui il teosofo, scienziato e mistico svedese riteneva che l'anima si materializzasse in un altro mondo(nel concetto del disco come una via di mezzo tra vita e morte in attesa del trapasso definitivo), è un disco che si accoda alla miriade di band dedite al post-rock strumentale, ma con una veste psichedelica e cerebrale assai definita. Nel senso che i suoni sono molto dilatati ed eterei, a dir poco cosmici. Nel senso che le suggestioni evocate e le atmosfere create hanno uno spessore visionario e cinematografico che materializzano figure e corpi dalla personalità ora latente, ora ben tracciata. Ed in fin dei conti è proprio questa la grande forza del CD, essere un progetto sonoro che trasmette una percezione allucinata della realtà. Musica che si trasforma in immagini, ferma nella "stanza", che si materializza tramite gli ascoltatori. In un altro mondo. Diverso, ancora più impercettibile delle otto tracce che lo compongono perché dopo il trapasso le note si affinano, prive del peso del "corpo". Lavoro emotivo, umorale, intriso di una armonica malinconia come se non ci fosse altro che rassegnarsi al sentimento di perdita del presente, dell'istante, che attanaglia tutti gli uomini manifestandosi tramite chitarra sporca, rozza, pesante che scambia effusioni con synth e programming, e si alterna ad attimi silenziosi ed a pause ambient dal tempo quasi recitativo. Pubblicato grazie alla compartecipazione di quattro etichette diverse, "La Stanza Di Swedenborg" è un luogo dove si esce cambiati una volta entrati. Una esperienza lisergica che non si dimentica che metterà a repentaglio le vostre poche certezze e la vostra stabilità emotiva.

mercoledì 18 giugno 2008

Arturo Fiesta Circo - Distratto A Sud. Faier Entertainment/Venus Dischi - 2008.

Registrato al live club "All'unaetrentacinquecirca" di Cantù, 'Distratto A Sud' oltre ad essere un disco dal vivo è anche il primo disco degli Arturo Fiesta Circo capitanati da Sergio Arturo Calonego. Partenza di carriera anomalo quanto sorprendente se si considera che il disco è un piccolo drappo di stoffa pregiata. Un sestetto alle prese con uno swing jazz blues cantautorale che in parte fa il verso a Conte ed al Fossati penultima maniera, ma che in modo personale riesce a ritagliarsi uno spazio tutto proprio grazie a frequenti contaminazioni che hanno il sapore antico delle vecchie canzoni appassionate di uno chansonnier ubriaco, con l'anima a pezzi ed il cuore ancora disposto ad amare. Una piccola orchestra che tra un bicchiere e l'altro intrattiene con grazia ed una sottile malinconica ironia gli astanti attraverso liriche che toccano il quotidiano, le amarezze, le illusioni e le piccole soddisfazioni che la vita riserva all'uomo moderno. Una performance interattiva che dialoga frequentemente con il pubblico tra un brano e l'altro e che evidenzia anche lontano dalla musica un personaggio, Sergio, capace di catalizzare verso sé una partecipazione impegnata ed allo stesso tempo rilassata del pubblico. Non è facile parlare di brani in particolare, anche se "Rimini" emerge dal resto con il suo andazzo trasognato e triste e la sua melodia portante che ti trapassa il costato con il punteruolo delicatamente lancinante della fisarmonica di Armando Illario(sugli scudi anche nella suadente "Il Tango Dei Temporali"). Alla fine ne viene fuori un ritratto a tutto tondo di un circo che diverte e fa divertire, ma che non riesce a trattenere(forse non vuole neanche) un riflesso emotivo e mesto che bilancia l'apparente spensieratezza che traspare dai brani. Unico appunto è forse la voce stessa di Sergio, poco flessibile e troppo spigolosa nella cadenza, ma lo si supera agilmente vista la bontà complessiva di una proposta che riuscirà a soddisfare ampiamente palati fini e non.

mercoledì 9 aprile 2008


Neronoia - Il Rumore Delle Cose. Eibon Records 2008.

Concettualmente non si discosta di una virgola dal precedente 'Un Mondo In Me', anche se stilisticamente ne accentua la sfumature noise e sperimentali. Riprende il discorso lasciato dal precedente ed i suoni, ancora più filtrati, diventano una sorta di seconda parte, il lato B delle composizioni precedenti. Un filo logico ben saldo come testimoniano i titoli dei brani ancora una volta in numerazione romana che partono dall'XI. 'Il Rumore Delle Cose', secondo capitolo del progetto Neronoia(Canaan e Colloquio), per dirla subito, si pone un gradino sotto l'esordio. Pregevole, ma non all'altezza del precedente. Forse troppo ragionato, ricercato e meno spontaneo perde quell'immediatezza, quell'urgenza che contraddistingueva il debutto. Ma sia chiaro trattasi di sottigliezze, perché se preso per quello che vale il disco manifesta una qualità comunque spaventosamente alta. E' un lavoro che sa far male, molto male, soprattutto nella sua seconda parte dove include i pezzi migliori come "XVII" e "XVIII" che ti scorticano delicatamente l'anima, senza fretta: una carezza con la carta vetro nel palmo della mano. Le atmosfere oltre che lugubri si fanno anche algide, rarefatte, ma postume di una devastazione. Se 'Un Mondo In Me' rappresentava lo stato di una condizione esistenziale disperata, 'Il Rumore Delle Cose", invece, ne evoca le conseguenze. Un livello successivo del male di vivere che mostra gli scenari interiori dopo la conclusione di una guerra. Cosa ti resta dentro se non cumuli di macerie, corpi straziati e fumo nero come la pece che inonda la terra? Da qui l'accentuazione delle sfumature industrial e noise su cui, però, a dire il vero, le liriche di Gianni si innestano in modo meno ispirato rispetto al debutto, meno incisive ed a tratti ripetitive. Un disco che, probabilmente, non ripaga del tutto dell'attesa, in definitiva, ma suggestivo, emotivamente imponente, evocativo. La conferma di un progetto che cerca la chiave della porta per dare aria ad un'interiorità che non conosce pace, ad una condizione umana perennemente apatica, ma che non ha nessuna intenzione di cambiare stanza perché le cose che fanno rumore lì dentro segnalano presenza di vita. Dolorosa, lancinante, ma clamorosamente vera.

venerdì 28 marzo 2008

Nimh - "Unkept Secrets" - Silentes Records 2008.

Il nuovo Nimh(Giuseppe Verticchio) è un lavoro in prima istanza sperimentale oltre che evocativo. Ha la forza di sorprendere quando meno te lo aspetti, ma allo stesso tempo riesce a creare visioni inquietanti quanto suggestive. In questi termini 'The Unkept Sectrets' è un paradosso, una figura retorica onomatopeica a rovescio che parte dal presupposto di essere un libro(sonoro) zeppo di termini che inquadrano un gesto, un movimento, un paesaggio, un tormento. Un insieme di sfumature elettroniche, dark, drone, etniche che formano un'azione, generano un'idea, suscitano un'emozione. Come nell'immensa "Visions In Black", tra le migliori composizioni tra quelle che ho avuto modo di ascoltare fino ad oggi di Verticchio in cui un crescendo di tensione arriva al culmine per poi dissiparsi di nuovo: e' un vento minaccioso che fa sbattere porte e finestre durante una sera d'autunno. All'improvviso ti entrano in casa figure tormentate che cantano un lamento disperato, straziante. Poi il vento cala di intensità e la casa si svuota lentamente mentre le ore passano, la notte si presenta ed il cuore ancora ti trema. 'The Unkept Secrets' è un viaggio, il prosieguo di un viaggio iniziato anni fa, nei labirinti dell'anima e della mente, ma anche un viaggio nel senso letterale del termine alla ricerca di quei segreti del titolo in terre lontane, essenzialmente ad est del mondo, in quei posti dove ancora il tempo scorre certo inesorabilmente, ma molto lentamente, fino a dare la sensazione di essersi arrestato. Indicativa l'ultima traccia, "One More Ride On The Merry-Go-Round" dedicata a Tiziani Terzani, scrittore e viaggiatore che dedicò gran parte della sua vita all'Asia ed alle sue situazioni politiche, sociali e soprattutto spirituali: lui stesso affermava la vita è un giro di giostra, ed ogni giro, ogni nuovo giro, te la cambia. Come cambia anche l'ispirazione di Verticchio il quale ci rende partecipi della sua traversata virtuale proprio lì dove Terzani si fermò a vivere. Ad aiutarlo, oltre ad un set di strumenti necessario che marchiano la direzione stilistica ed emozionale, la presenza di una chitarra elettrica utilizzata quantitativamente come non mai, forse, in precedenza. Un ulteriore passo verso la ricerca di uno stato interiore ideale che probabilmente non troveremo mai, ma motivo primo per cui impegneremo ugualmente un'intera vita nel tentativo di raggiungerlo.


Sito ufficiale

giovedì 20 marzo 2008

Saviour Machine - Legend Pt. I - MCM/Massacre Records - 1997.

La trasposizione in musica del libro dell'Apocalisse, l'ultimo libro della Bibbia. Un progetto che se chiamato ambizioso sminuirebbe tutto il lavoro, la premura e la dedizione che i nostri hanno applicato alla composizione di questa prima parte e di quelle successive. Un progetto dal fascino irresistibile capace di esprimere tutti gli umori, le sensazioni, le paure della profetica distruzione dei Tempi e della "Rivelazione" di Cristo che dovrebbe avverarsi dopo i 7 anni finali dominati dall'Anticristo. "Legend", the official soundtrack for the end of the world". E mai descrizione migliore poteva essere azzeccata. Una sinfonia drammatica che toglie il respiro, capace di proiettare l'ascoltatore all'interno delle vicende descritte(con una cura a dir poco maniacale) e di renderlo partecipe dell'intero racconto. Il sound di base è quello già ascoltato in "Saviour Machine II", ma viene sviluppato con un appesantimento della chitarra, molto più corposa e meno fluida e "limitata" al solo riffing, mentre a farla completamente da padrone è la maestria di Van Hala attraverso le cui mani passano orchestrazioni sia oscure(nella maggioranza dei brani), sia più ariose. La ritmica diventa instabile, imprevedibile, eco onnipresente delle catastrofi musicate e letterate ed infine, come già nei precedenti lavori, la voce di Clayton che troneggia su tutto, deus ex machina dell'intera compagnia. Le song si susseguono senza tregua né pause, tutte accomunate da un unico filo conduttore sia lirico sia strumentale, e si alterano in slow song ed in altre più ricche di ritmiche e percussioni, si librano nell'aria in ballate pianistico-sinfoniche e viaggiano nei luoghi del concept in altre più heavy e presentate da un tripudio di inserti melodici orientaleggianti, funerei, creando un quadro sonoro d'insieme assolutamente impareggiabile. Oltre i generi, oltre le etichette, un'opera messa a disposizione dell'umanità e conservata nel museo d'arte drammatica dell'anima di questa terra.

Behold, Time Is Legend, And History Is Time. This Our Is Mine.

giovedì 28 febbraio 2008

Saviour Machine - II - MCM/Massacre Records - 1994

Seconda prova per la band cristiana per eccellenza e virata verso un sound meno pesante rispetto al disco d'esordio e più incentrato sulla teatralità e la drammaticità dei brani. Meno impatto immediato ed arrangiamenti più curati fanno di SM II una perfetta colonna sonora per un viaggio nei luoghi più oscuri della propria anima, quelli oppressi da mille ipotesi e dubbi ma pronti a schiarirsi al minimo accenno di luce. Quella luce che nella parte finale del disco si intravede dopo un tortuoso cammino di ben oltre un'ora attraverso estasianti brani, epici crescendo drammatici e ballate pianistiche dall'intensità emotiva struggente come "American Babylon", Ancora imperante e la prestazione vocale di Eric Clayton, sorta di Virgilio che conduce l'ascoltatore in un mondo suddiviso tra sofferenza e speranza, tra visioni oniriche e mistiche escursioni nei meandri delle fede cristiana, che si apre e si conclude con i due brani "Saviour Machine I" e "Saviour Machine II" che ripercorrono lo stesso tema musicale ma che rappresentano rispettivamente l'invito ad attraversare senza paura quella "confusione" prima, il raggiungimento finale della salvezza dopo. In questo bel mezzo tutta l'intensità, la passione, la credibilità di una band che si esprime al meglio e che affronta tematiche difficili, in alcuni momenti troppo volte alla glorificazione ma che non scadono mai patetico. Una band ed un lavoro maturi che come pochi altri lasciano il segno, come la conversione ad una fede prima difficile da fare entrare nel cuore e che ora senza di essa non si riuscirebbe ad accettare, in pace con se stessi, la morte. Immensi.

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giovedì 21 febbraio 2008

Saviour Machine - 'Saviour Machine I' - Intense Records - 1993

Con questo disco parte la leggenda, quella di una band di fede cristiana che dona alla proprie composizioni un velo di sacralità e di drammaticità, che presenta testi cristiani ispirati dalle sacre scritture, un look assolutamente nuovo per mano di Eric Clayton, mente ed anima della band il quale si esibisce con la testa completamente dipinta di bianco, calvo ed un pendant con croce fissato nel mezzo della fronte. Heavy metal dalle profonde tinte oscure che attinge da certa dark-wave tipica degli '80(non è un azzardo nè il paragone con i Sister of Mercy né un confronto tra le voci baritonali di Clayton e Eldritch) ma che cammina con le proprie gambe grazie proprio alla mistura del sound sviluppato dalla band. Una vera leggenda, una band che si presenta al mondo musicale in piena epoca grunge e con un sound del tutto atipico. Combo coraggioso che mostra subito la personalità che la contraddistinguerà anche negli anni a venire, lontana dai trend e solo concentrata a portare avanti un discorso ben preciso, coerente, a volte fin troppo "rigido" ma indubbiamente di grande fascino. Il cotenuto del disco è di quello che cattura al primo ascolto e che non stanca anche dopo averne a lungo "abusato". La musica dei Saviour Machine è un luogo di ritrovo per anime addolorate, una sorta di luogo sacro in cui viandanti stanchi cercano un posto lontano dalla quotidianità. E "Carnival of Souls" è la porta di questo luogo, una porta sempre aperta che si muove su un 4/4 reso sognante dalla chitarra di Jeff Clayton che tesse trame celestiali sopra un manto di velluto nero disteso tra le corde vocali di Eric. Oltre la porta aspettano ansiose, invece, vere e proprie cavalcate metalliche come "Force Of The Entity" e la seguente spettacolare "Legion", che si impone con il suo mid-tempo stralunato accompagnato dal piano per poi esplodere nella seconda parte con una cavalcata degna della Vergine di Ferro e senza mai cancellare la propria impronta drammatica. Tutti i brani nascono e muoiono all'ombra della voce di Clayton in quella che si presenta come la prova più "metallica" della loro discografia, capace di interpretare tutti gli umori dettati dalle tematiche di cui scrive e di rendere l'intero disco una sorta di rappresentazione teatrale dove lui è il protagonista e gli altri componenti della band il cast artistico. La sua prova in "The Son Of The Rain" mette in contatto chiunque con il "suo" Dio anche se con idee religiose diametralmente opposte. E la band lo segue di pari passo come una comunità di fedeli al cospetto del proprio tramite verso l'Occhio Eterno che tutto dovrebbe muovere. Un disco che dona speranza e che allo stesso tempo riflette sul male che l'annebbia.

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giovedì 14 febbraio 2008

Alabama Thunderpussy - "Fulton Hill" - Relapse Records 2004.

Continua la coraggiosa ed apprezzabile politica della Relapse di mettere sotto contratto band che propongono un stile totalmente al di fuori dei canoni del mercato. Dopo i validissimi Zeke è il turno degli Alabama Thunderpussy, band di Richmond, Virginia, con già all'attivo diversi album ed una reputazione sempre in crescendo. Suonando un rock'n'roll classico ma fumoso, sporco e pesante, i riferimenti sono quelli soliti, dagli AC/DC ai Black Sabbath al southern rock. Quello che per certi versi rende caratteristica la proposta del gruppo è soprattutto la voce di Johnny Throckmorten, cosi cavernosa, roca ma abrasiva e furente che tende a trasportare le song verso profondi abissi ben oltre l'umana concezione. Cosa che purtroppo non si verificherà in futuro in quanto Johnny ha lasciato la band dopo le registrazione del disco. "Fulton Hill", comunque, è molto altro. Le sue ritmiche sincopate, la produzione sgraziata, le accordature degli strumenti talmente basse da sfiorare le fiamme dell'inferno e sprazzi di giri armonici costruiti in contemporanea dalle due chitarre che giustamente, come scritto nella presentazione del CD, hanno riminiscenza thinlizzyane, lo rendono un disco alquanto sinistro, possente, nonostante le aperture melodiche e la presenza di tanto in tanto di chitarre acustiche ed organo come nella migliore tradizione blues-southern("Three Stars"). La sola "R.R.C.C."(così come "Bear Baiting"), crea danni sia fisici, sia cerebrali. Animalesca, malefica, maldestra come un lupo mannaro ubriaco di Jack Daniels che si aggira per le strade con la bottiglia in mano. A tale furia non mancano episodi più ragionati e pacati come la semi-ballad "Alone Again" e l'acustica e malinconica "Do Not", o più diretti e lineari come la successiva "Lunar Eclipse" che sembra un brano scritto da Lee Dorian ed interpretato a suo modo dalla band: un riffone stoner/doom che martella la schiena spezzandola in due. Non c'è che dire, un grande disco. Solite istruzioni: accendete il lettore, chiudete la nonna e la sorellina nell'armadio, accostate il carrello dei liquori allo stereo, volume assordante, cagarsi sotto dallo spavento e che la musica vi benedica quando non ricorderete più niente ma vi sentirete maledettamente felici. That's the way i wanna rock n roll!!

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Recensione già pubblicata su Hardsounds.it

sabato 9 febbraio 2008

65daysofstatic - "One Time For All Time" - Monotreme 2005

Un servizio fotografico sul quotidiano. Anzi, e meglio, istantanee. Scatti nitidi che chiudono su un primo piano, un volto estraneo, un sorriso, un auto che passa, un palazzo avvolto da raggi solari, un anziano seduto su una panchina, ragazzi che si baciano ad un angolo di strada, un cane che rincorre i piccioni in una piazza, nuvole, occhi, capelli, insegne al neon. Sullo sfondo la vita che scorre via, che sbiadisce, sfuocata, mentre "One Time For All Time" prende in ostaggio il lettore CD e non ne vuol sapere di lasciarlo andare. Tu sorseggi da un bicchiere onto e lanci sguardi oltre la finestra, poi fissi la libreria, ed il divano che ti corteggia il culo. E pensi ai Mogwai che alzano il volume, che appesantiscono le chitarre e flirtano con sperimentazioni e noise, intrecciando ritmiche ora funeste, ora impercettibili coperte da un tappeto pianistico dal mood malinconico ma leggero, solare e grigio in contemporanea. E tu che fai? Seduto, osservi passare davanti al naso, sfiorandoti il cuore, il silenzio e l'etereo e positivo senso di abbandono che ti porta altrove, a contatto con emozioni semplici che delinenao il tuo umore fragile. Sorseggi ancora, ti volti verso il lettore attratto da un crescendo sonoro, da infiltrazioni elettroniche e da scariche elettriche che ti scuotono e si controppongono alla grazia precedente alzando il tuo tasso andrenalinico. Ma il tuo culo è sempre lì sul divano, mentre continui a bere e ti accorgi che la sequenza di immagini diventa inarrestabile fino a quando vedi te stesso in una di quelle fotografie e realizzi che sei anche tu parte del tutto, che sei parte di un mondo che a stento ami, ma di cui non riesci a farne a meno.

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Recensione già pubblicata su Hardsounds.it

giovedì 31 gennaio 2008

Agalloch - Ashes Agaisnt The Grain - The End Records 2006.

Dopo il giustamente acclamato "The Mantle" la band americana ritorna con un nuovo lavoro partorito con prospettive emozionali in larga parte immutate, ma stilisticamente diverso. Rispetto al precedente questo disco gode di un approccio differente che si distanzia dalle venature folk che avevano contraddistinto fortemente il precedente lavoro, e si approssima a quello più progressive di chiara estrazione europea. Questo senza mai abbandonare i riferimenti principali su cui il tutto si muove che spaziano dal gothic al black metal meno oltranzista. Detto questo, "Ashes Against The Grain" rappresenta la naturale evoluzione di uno stile che possiamo definitivamente etichettare come senza confine, aperto, che potrebbe non portare mai al termine un brano se non fosse per le ovvie esigenze di tempo. Stile che potrebbe trovare la sua dimensione ideale sul palco nonostante la musica proposta non goda dell'impatto necessario che dal vivo si richiederebbe. A dimostrazione di come la visione che gli Agalloch hanno della loro arte sia un continuo flusso emotivo che abbraccia la sfera della dilatazione sonora, attraversando la parte finale del ciclo vitale(la morte è sempre sulla porta pronta ad entrare), e le esperienze più prossime alla depressione ed alla malinconia, allo stato psichico che non conosce pace se non nel suo stesso tormento. "Falling Snow" e "Fire Above, Ice Below", in tal senso, sono intense rappresentazioni di scenari invernali che evocano quel senso di dolce inquietudine dal quale non si vorrebbe mai fuggire anche se vicini alla fine. Un sentimento che percorre l'intero CD, questo, in bilico tra disperazione e consolazione, abbandono e passione e che trova un cantore opportuno in Haughm il quale, tra screaming e voce pulita interpreta con evidente trasporto il mondo agallochiano: atmosferico, lugubre, annichilente, tuttavia così profondamente appagante, spirituale in cui, di tanto tanto, affiora anche una nota psichedelica(sarà questo il prossimo "passo" della band?) che lascia spazio ad ulteriori spiragli emotivi mai proiettati in precedenza. Segno che "Ashes Against The Grain" non solo ha la forza di coinvolgere sul piano introspettivo, ma serba in sé anche ulteriori soluzioni che hanno un non so che di visionario che rimandano sottilmente all'universo sconosciuto, padre di galassie e pianeti ancora senza nome. Un andare oltre, lontano, ben piantato nelle radici della terra.

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Recensione già pubblicata su Hardsounds.it

lunedì 21 gennaio 2008

Teresa11 - Smoky Heaven. Eibon Records 2006

Etnica? Ambient? Sperimentazioni? Jazz-noise? Davvero arduo
dare un volto, un benchè minimo indizio grazie al quale provare ad identificare il concetto sonoro che si maschera dietro al trio nipponico Teresa11. L'arpa il pilastro portante su cui poggia questo "Smoky Heaven", e titolo di per sé esplicativo del dubbio di cui sopra visto che questa sorta di ossimoro lascia intendere molto e poco allo stesso tempo. Ma lasciando ciondolare il dubbio su una possibile quanto improbabile definizione, ciò che realmente importa è la sostanza, la consistenza di questo lavoro che come conseguenza della sua indefinibilità alimenta con forza curiosità e sprigiona fascino. Con un minimalismo ed un sottile romanticismo di fondo, le Nostre fanno di uno strumento classico il viatico per esprimere la loro idea del presente. Una modernità assai lontana dal modernismo abituale frettoloso ed arruffone, ed interpretata in punta di piedi con garbo, ricca di arrangiamenti in una dicotomia in bilico tra sonorità orientali(Kabuki) ed occidentali(Trip-hop), e dal non facile ascolto. Infatti, per poter apprezzare pienamente tutte le sfumature del disco l'ascolto deve essere ripetuto ed attento, e senza mai perdere d'occhio il sostrato di dolcezza che la voce e vocalizzi vari sono così naturalmente predisposti ad elargire alle orecchie ed alle corde interne di ognuno. Movimenti ora gracili, ora spigolosi, ritmiche e percussioni che si agitano in secondo piano con cadenza lenta, e melodie acerbe che esplodono, poi, nella bellissima "Irony Of Fate" in un botto emotivo da pelle d'oca. Detto questo, Teresa11 rimane un progetto che dal vivo farebbe la sua miglior figura in piccoli club fumosi schiavi di luci sommesse e soffuse, in ambienti schivi dove trascorrere lunghe serate senza il ricatto del tempo, proprio lì dove "Smoky Heaven" conduce. In quel paradiso velato, seminascosto, che credi di conoscere senza esserci mai stato. Magari anche casa tua. Magari anche te stesso.

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lunedì 14 gennaio 2008

Canaan - The Unsaid Words - Eibon Records 2006

Un tarlo che scava in profondità, nelle viscere, confezionando badili di dolore e disperazione, e che orchestra un vuoto esistenziale sotto forma di ambient algido e liturgico ed il dark più accondiscendente al doom. Parole mai dette, presente e passato che si fondono annunciando un futuro privo di luce, tormento interiore, una pioggia incessante, dentro, che segna i giorni e gli anni di un'anima opaca, grigia, che si rassegna lentamente al buio. Un tarlo che divora il tempo, che ti consuma, che ti lacera l'età e ti trasforma in un corpo oscuro con ancora sangue nelle vene che vagabonda senza meta nei sotterranei della vita. Colonna sonora empatica, ma che non lascia scampo. Musica che si avviluppa e che insistendo nello scavare cerca la soluzione nella stessa assenza di luce che ne suscita la sofferenza, ed in quel buio rimanere in eterno perchè trionfo di una ipotetica via d'uscita. Un lamento consapevole, lucido. Una riscossa cercata lì dove risiede la disperazione dell'individuo nel tentativo di renderla necessaria dopo averla conosciuta in tutta la sua sostanza. Lo stesso identico percorso già battuto dal precedente "A Calling To Weakness", capolavoro di inestimabile dolore, e che questo nuovo lavoro riprende in egual struttura trascinandosi verso territori più melodici e verso sfumature ambient più elaborate, ma con la stessa identica dose di malinconia di fondo, la stessa arrendevolezza emotiva, la stessa liricità che rende anche questo "Unsaid Words" un canto struggente, intenso, minimale, timido ma spettrale, avanguardia sonora ma ancorato alla darkwave ottantiana, fondamentale per chiunque abbia a cuore le sorti della propria devastazione interiore. E rassegnarsi a conviverci per sempre imparando a conoscerla perchè

La vita morde forte alle spalle
e quando sorride
fa soltanto del male
Inganna, confonde, poi ti mente
accarezza poi disprezza
cancella tutto quando vuole
senza darti una risposta
senza darti un'altra volta.

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giovedì 10 gennaio 2008

Neronoia - "Un mondo in me" - Eibon Records - 2006

Dalla collaborazione tra Canaan e Colloquio nascono i Neronoia, progetto che vede coinvolti membri di entrambe le band, e volto ad una proposta definibile chiaramente dark-wave, con un approccio compositivo sperimentale ed elettronico. "Un Mondo In Me" è un disco introspettivo e malinconico, una lunga trama sonora soffusa, intima, che ti sbatte delicatamente sul muso il senso di vuoto che alberga nella coscienza di chi ha a che fare continuamente con sentimenti come l'abbandono, la solitudine, l'empatia e l'incomprensione, e si riscopre ogni volta estraneo alla piega effimera intrapresa dalla quotidianetà. Ritmica blanda, melodie dilatate, tappeti di tastiere fiancheggiate da arpeggi di chitarra fluidi, a dir poco liquidi, accenni di ambient, e la voce di Gianni che racconta, quasi sussurrando, un diario personale fatto di pensieri e parole che rimandano alla condizione umana dell'essere sensibile. Un discanto introverso e grigio che fluttua leggero attraverso le correnti della rassegnazione, dell'accettazione di uno stato delle cose che non smette mai di tormentare. Un filtro che scompone i processi emotivi in piccoli, fragili frammenti pronti per essere assorbiti, e poi ricomposti sotto forma di espressività. Lancinanti. Disperati. Spietati. Come la produzione del disco, a dir poco sbiadita, rarefatta, tendente quasi al silenzio, da camera. Altro processo che enfatizza la condizione malinconica di un lavoro che si appresta a diventare un cult, e non solo per quanto concerne la scena nostrana, come già funziona per gli stessi immensi Canaan, e per i Colloquio, rappresentati come meglio non si poteva dalle rispettivie intuizioni, dalle rispettive sensazioni, dallo stesso modo di intendere la comunicazione del proprio disagio interiore. Quello che prende in ostaggio le dieci tracce titolate semplicemente con numerazione romana, e che come un urlo silenzioso destinato ad implodere fa strage di sè stesso. Si, "Un Mondo In Me", per davvero. Livido, trasognato, ferito, dove i giorni sembrano durare in eterno, condannato a vivere per sempre col rimpianto. Un mondo a parte che non conosce pace, ma che sa perfettamente cos'è il dolore. Già riuscirne a parlare è faticoso, e farlo senza autocommiserazione è un'impresa; tuttavia, farne una forma d'arte come nel caso dei Neronoia, invece, è il passo successivo che conduce alla Conoscenza perchè solo attraverso il dolore riesci a capire veramente chi sei. Ma neanche...

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lunedì 7 gennaio 2008

Hall Of Mirrors - "Reflections On Black" - Silentes Rec. - 2007

Se il progetto Amon/Nimh viveva di sangue e terra lanciate alla ricerca dell'indefinibile attraverso il CD 'Sator', la nuova forma artistica del duo Giuseppe Verticchio/Andrea Marutti assume sembianze meno misteriche e relativistiche per addentrarsi nell'oscurità e scrutarne il senso. Così, lo sprofondare di 'Sator' nelle viscere della creazione lascia il posto alla tentazione di dare un nome alle tenebre non per carpirne i segreti, ma per chiamarla letteralmente per nome. Una riflessione in confidenza con un interlocutore ostico, secolarmente prodigo di mutismo e così divertito dal celare un immaginario perlopiù inesistente ma tremendamente rilevante. Questo è a mio avviso lo scopo di 'Reflections On Black', nuovo lavoro che esce a distanza di poco tempo dal precedente connubio artistico. E' il tentativo di dare parola ad un concetto privo di materia, senza corpo, ma in grado di condizionare la vita pur non esistendo. L'oscurità è prima di tutto una proiezione di noi stessi dentro cui raffiguriamo tutte le paure, la stanchezza di esistere e, soprattutto, diversamente, un luogo dove rifugiarsi, curarsi, lontano dalle insidie della modernità. Ed i quattro movimenti presenti nel disco la stratificano, la sezionano fino a farla diventare un unicum filosofico finale che non pretende di dare né cerca risposte, solo essere compreso. La strumentazione è tipica del genere, via di synth, montaggio audio, effetti, tapes etc. con una inaspettata, malinconica chiusura, "Recovery", affidata principalmente alla chitarra elettrica: forse il momento meno ispirato - comunque penetrante - a causa di un ripetersi perpetuo di arpeggi che alla lunga non scuote come nei precedenti movimenti, quelle mete obbligate così intense e tattili. Come sentirsele addosso, come se cercassero di entrarti sotto pelle, farti sentire l'oscurità in tutta la sua dimensione mentre dispensa velate ma percettibili melodie che si struggono da sole all'inverosimile. Non un lamento, ma un canto. Non disperato: consapevole della sua essenza. Gli Hall Of Mirrors tracciano le condizioni per arrivare ad un Nirvana a rovescio dove l'illuminazione non la si raggiunge distaccandosi dalle cose del mondo terreno, ma introiettandosele. Perché il buio aiuta a vedere le cose come realmente sono.

Il peso specifico dell'oscurità.


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