sabato 19 gennaio 2008

Big Fish - di Tim Burton. Con Ewan McGregor, Albert Finney, Jessica Lange, Bill Cudrup. Colore 110 min. - Produzione Usa 2003.

“Big Fish” è una favola di buoni sentimenti. Una favola fantastica come nello stile di Burton, regista visionario, ipercreativo il quale, con questo nuovo film, raggiunge finalmente la maturazione assoluta. Dopo il brutto ed inutile remake de “Il pianeta delle scimmie”, unica macchia all’interno della sua filmografia, Tim gira una storia surreale a volte al limite del grottesco, ma con una profonda coscienza del mezzo tecnico e del talento di cui dispone e si spinge là dove non aveva mai osato in precedenza in modo cosi inequivocabile: verso la commozione. Niente di stucchevole, pura è semplice commozione in un finale che lascia senza fiato e con le lacrime agli occhi. Proprio gli occhi hanno di cosa estasiarsi e la spensieratezza è ben coltivata, ma un punto cruciale del film consiste nella riflessione sulla paternità ben incastonata nella sua struttura trasognante. “Big Fish” narra di un raccontatore di storie patologico, ne ha una pronta per tutte le occasioni, anche durante il matrimonio del figlio, momento in cui avviene il distacco tra i due. Ma Edward Bloom(un bravissimo Albert Finney), si ammala gravemente, ed al suo capezzale la moglie Sandra(Jessica Lange), chiama il figlio Will(Bill Crudup), il quale dopo il matrimonio era andato a vivere a Parigi con la moglie. L’astio tra i due è sempre poggiato sull’insistenza del padre nel volere raccontare storie inventate, che se non fossero così intrise di immaginazione suonerebbe come delle vere e proprie balle. Will, invece, è un giornalista abituato a raccontare storie vere. Dopo un percorso a ritroso che ricostruisce la vita di Edward con numerosi flash-back, in punto di morte Will chiede al padre di raccontargli, almeno per una volta, la verità. Questo ultimo racconto sarà anche quello più entusiasmante e toccante, tanto che il figlio collaborerà alla narrazione, quasi redento per non avergli mai creduto. E’ stato scomodato Fellini, ed il paragone è calzante. Il film pullula di personaggi strambi, di luoghi incredibili, di situazioni spassose e molto altro ancora proprio come nella vena del maestro italiano. Ed in questo caleidoscopio di immagini e situazioni Burton lascia scorrere la macchina con un piacere devastante, attraversando una sorta di romanzo picaresco fatto di fotogrammi che sfociano spesso e volentieri nel mondo onirico. Divertente, a tratti geniale, riflessivo, commovente, filmato in maniera elegante con uno sfavillare di colori da abbagliare ipotetici abitanti di pianeti lontani e non da meno interpretato in modo splendido dall’intero cast. Ci sono tutti gli ingredienti per dichiarare apertamente e senza retorica che “Big Fish” è un film
I N D I M E N T I C A B I L E!

venerdì 18 gennaio 2008

Lost in translation - di Sofia Coppola. Con Bill Murray, Scarlet Johansson, Giovanni Rabisi. Colore 102 min. Produzione Usa.

Un incanto. Una storia leggera ed allo stesso tempo intensa. Un incontro casuale tra due anime in una terra straniera che fa da sfondo al loro tenero crescendo capirsi. Avvolti tra loquaci silenzi,
fugaci e distratti sguardi quanto d’intesa, in brevi confessioni
ed amare conclusioni sull’amore, sulla famiglia, sul matrimonio.
Mai un contatto fisico(cosa unica di questi tempi), mai la tentazione, almeno apparente, di andare oltre lo scambio reciproco della compagnia e finire inesorabilmente a letto. No, nulla di tutto questo. Bob Harris, un bravissimo Murray, è un noto attore sulla via del tramonto ed in crisi matrimoniale, ora a Tokyo per girare spot pubblicitari; Charlotte(Johansson), anche lei a Tokio e neosposa al seguito del marito fotografo preso solo dalla sua professione, è già scontenta del suo matrimonio. Alloggiano nello stesso hotel, dove si incontrano. Due persone, un gap generazionale che non entra mai in gioco, che si scambiano con una spontaneità incredibile quanto sentono dentro. La macchina da presa, spesso in spalla, li riprende in giro per una Tokyo a dir poco commovente, sognante, allucinogena, futuristica, ripresa da tutte le angolazioni, spesso di notte in giro per la strade luccicanti, a volte di giorno, dall’alto, osservandola dalla finestra della stanza di Charlotte mentre silenziosa scruta la città e dentro sé stessa. Segue i due personaggi che incontrano altra gente e si ritrovano in sexy bar, karaoke ed in altri posti bizzarri, si salutano, si incontrano ancora in albergo. La Coppola, autrice anche della sceneggiatura premiata con l’Oscar, mette in scena un racconto dolce-amaro sulla crisi esistenziale e matrimoniale di due generazioni che trovano un punto comune nell’amarsi vicendevolmente senza sforzo, lentamente, come il maturare di un frutto. E ci regala un finale tra i più belli degli ultimi anni. Come lo stesso film.

giovedì 17 gennaio 2008

Esistono persone che attraverso le loro creazioni rappresentano tutto il senso della nostra esistenza. Dicono quello che tu non riusciresti mai dire in quei termini, ma che provi profondamente dentro. Colonne sonore personali delle nostre sventure, delle nostre paure, della nostra fragile e beata imperfezione in grado in qualsiasi momento di riscattare i sogni che gli eventi ci portano via. Grazie Roberto.

I ragazzi che si amano

I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è la loro ombra soltanto
Che trema nella notte
Stimolando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Essi sono altrove molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell'abbagliante splendore del loro primo amore

Jacques Prevert

mercoledì 16 gennaio 2008

L'amico ritrovato - di Jerry Schatzberg. Con Francoise Fabian, Sam West, Jason Richard. Colore 110 min. Produzione GB/Francia/RFT.


Liberamente tratto dal bel libro omonimo di Fred Hulman, e sceneggiato da Harold Pinter, "L'amico ritrovato" del regista americano è un film importante, descrittivo ma non noziositico, commovente ma non lacrimevole, storico ma non commemorativo. E' un film sull'amicizia, quella senza compromessi, che si fa bella lontana dagli ideali, dalla differenza dei ceti sociali, lontana dal periodo storico ed immersa nell'innocenza di chi partecipa alla Storia vivendo e non subendo, anche quando, prima della separazione, con la guerra alle porte ed il nazismo che inizia ad espandere la sua malattia in tutta Europa, qualche segno di squilibrio s'intravede quando Konradin confessa il suo interesse per la nascente, sciagurata ideologia. E' un film sulla memoria, ma un film sulla memoria dell'uomo, sulla vita rimasta incompleta quando la vecchiaia ha già fatto pienamente il suo corso e non rimane che mettere a punto quanto il passato ha messo a soqquadro. E' la storia di Herny e Konradin, amici ai tempi del liceo che condividono letteratura, collezionismo e naturalismo, per poi ritrovarsi divisi dagli eventi nella Stoccarda degli anni '30. Henry, ebreo, partito per gli States nel 1932 agli albori della repressione, senza mai aver fatto ritorno in Germania, decide di farlo dopo 50 anni alla ricerca dell'amico che "ritroverà" in tutti sensi, con ambivalenza inaspettata, proprio nel liceo che frequentavano insieme. Un film non facile da raccontare considerato il tema, e non facile da gestire visti i continui rimandi tra presente e passato con l'uso funzionale del flash-back, ricostruzioni d'epoca ed uso di filmati tratti dai cinegiornali di allora. Una pellicola struggente, un film da camera, ma un film per tutti, stupidamente bistrattato dai circuiti televisi anche quando l'occasione è opportuna, che lascia da parte la retorica ed il sensazionalismo e rema dritto verso l'essenza grazie allo stile "rigido" e concreto di Schatzberg. Uno stile essenziale, alto quanto l'amicizia trattata(per Henry la separazione dall'amico è più drammatica che non l'avvento del nazismo), importante quanto la "congiura", fondamentale quanto il poter riabbracciare i genitori suicidi sulla loro tomba, lì dove ci sono gli ebrei sepolti in un cimitero comune, ma tombe appartate, nascoste, sepolte da piante e rami di alberi a voler dimostrare che l'orrore e l'antisemitismo non sono stati, ancora oggi, del tutto cancellati.

lunedì 14 gennaio 2008

Canaan - The Unsaid Words - Eibon Records 2006

Un tarlo che scava in profondità, nelle viscere, confezionando badili di dolore e disperazione, e che orchestra un vuoto esistenziale sotto forma di ambient algido e liturgico ed il dark più accondiscendente al doom. Parole mai dette, presente e passato che si fondono annunciando un futuro privo di luce, tormento interiore, una pioggia incessante, dentro, che segna i giorni e gli anni di un'anima opaca, grigia, che si rassegna lentamente al buio. Un tarlo che divora il tempo, che ti consuma, che ti lacera l'età e ti trasforma in un corpo oscuro con ancora sangue nelle vene che vagabonda senza meta nei sotterranei della vita. Colonna sonora empatica, ma che non lascia scampo. Musica che si avviluppa e che insistendo nello scavare cerca la soluzione nella stessa assenza di luce che ne suscita la sofferenza, ed in quel buio rimanere in eterno perchè trionfo di una ipotetica via d'uscita. Un lamento consapevole, lucido. Una riscossa cercata lì dove risiede la disperazione dell'individuo nel tentativo di renderla necessaria dopo averla conosciuta in tutta la sua sostanza. Lo stesso identico percorso già battuto dal precedente "A Calling To Weakness", capolavoro di inestimabile dolore, e che questo nuovo lavoro riprende in egual struttura trascinandosi verso territori più melodici e verso sfumature ambient più elaborate, ma con la stessa identica dose di malinconia di fondo, la stessa arrendevolezza emotiva, la stessa liricità che rende anche questo "Unsaid Words" un canto struggente, intenso, minimale, timido ma spettrale, avanguardia sonora ma ancorato alla darkwave ottantiana, fondamentale per chiunque abbia a cuore le sorti della propria devastazione interiore. E rassegnarsi a conviverci per sempre imparando a conoscerla perchè

La vita morde forte alle spalle
e quando sorride
fa soltanto del male
Inganna, confonde, poi ti mente
accarezza poi disprezza
cancella tutto quando vuole
senza darti una risposta
senza darti un'altra volta.

Recensione già pubblicata su Hardsounds.it

domenica 13 gennaio 2008

21 Grammi - di Alejandro Gonzales Inarritu. Con Sean Penn, Fenicio Del Toro, Naomi Watts. Colore 120 min. - Produzione Usa.

Tipico film che divide critica e pubblico ed allo stesso tempo divide sia critica sia pubblico al loro interno. Dopo l’interessante “Amores Perros” il regista messicano, passato alla corte di Hollywood, effettivamente mette in scena un film non facile che rischia di essere etichettato come grande film da una parte e come irritante accademia dall’altra. Con una struttura frammentata, sconnessa, piena zeppa di flash-back e flash-forward Inarritu prova a destabilizzare il concetto narrativo classico(grazie anche ad un montaggio frenetico al limite della regia pubblicitaria) attraverso una storia fatta di personaggi che si incontrano per caso. Paul(Penn), professore universitario di matematica, ha bisogno di un cuore nuovo. Jack(Del Toro), è un ex delinquente che ha messo la testa a posto grazie ad una rivelazione religiosa che supera il fanatismo. Chritina(Watts), mamma e moglie felice di una tipica famiglia americana. A farli incontrare sarà un evento tragico: Jack investirà mortalmente col suo pick-up il marito e le due bambine di Christina. Alla fine “21 Grammi” risulta esteticamente bello e tecnicamente eccelso. Invidiabile la scelta di volere fotografare i vari momenti(presente, passato e futuro) con colori e sfumature differenti in modo da non stordire troppo lo spettatore, ma c’è da dire anche che la pretesa sembra fin troppo studiata a tavolino ed atta a colpire appositamente un immaginario sensibile al virtuosismo. Senza dubbio un film intrigante che se preso nel verso giusto, cioè guardare il film senza porsi tante domande durante la proiezione lasciandosi andare tra gli sfilacci della struttura potrebbe risultare gradevole e potrebbe essere un motivo di dibattito visti i temi importanti che il film affronta. Che la verità sia ancora una volta nel mezzo? Resta il fatto, tuttavia, che Inarritu è un regista di talento che potrà sorprenderci molto di più quando e se riuscirà a dare vita alle sue intuizioni con piena maturità. Da citare la prova di tutti gli interpreti, Penn(che ha vinto la Coppa Volpi al festival di Venezia del 2003) e Del Toro su tutti, e quella della sorprendete Watts(“The Ring”), davvero intensa tanto da guadagnarsi la figura di una nascente, ma ancora molto lontana, Meryl Streep.

Ps. I 21 grammi del titolo sono, secondo una leggenda scientifica, il peso che ognuno perde quando muore. Quindi, ipoteticamente, visti come il peso dell’anima che abbandona il corpo.

venerdì 11 gennaio 2008

Heinrich Boll - Croce senza amore - 332 pg. - 1947

Storia dei fratelli Bachem che attraversa la follia hitleriana dalla sua nascita all'arrivo dei carriarmati russi in terra tedesca. Hans crede nel nazismo, fa carriera e diventa tenente. Christopher viene mandato al fronte contro la sua volontà conscio che quello che sta accadendo è pazzia pura. In mezzo la madre dei due, enigmatica e dolce, forte e debole allo stesso tempo la quale, come Chirstopher, non crede nell'apparente "bontà" nazionalista della Germania di allora. Sullo sfondo una lotta estenuante sul piano sociale e morale tra le due croci, quella cattolica e quella uncinata. Boll è un reduce della seconda guerra mondiale ed un cattolico. Scrive pagine dolorose contro l'inesistenza della Chiesa durante quel tempo scellerato, allo stesso modo dell'insensatezza della vita da soldato lui che l'ha vissuta sulla propria pelle. Da qui l'ambiguo titolo di un libro pubblicato solo 2002, anni dopo la morte dello scrittore, Nobel nel 1971, rifiutato a cavallo della fine della guerra da un editore ancora troppo servile. E' un libro non del tutto maturo. Lo stile è ancora acerbo ma ancora "caldo", scritto di getto poco dopo la fine del conflitto che caratterizza personaggi angosciati, tormentati da quella sorta di conflitto tra Cristianesimo e Nazismo che ripercorre tutto il libro, avvolti nella sofferenza ma non incapaci di cogliere attimi di estrema dolcezza e lucidità dei quali Boll tratteggia una psicologia profonda. Pagine importnati che di tanto in tanto fanno sentire sulla lettura tutto il loro peso morale, ma assolutamente funzionali all'opera. Una autore alla prima prova che racconta dall'interno un periodo tra i più neri della storia dell'umanità. Pubblicato molto tardi, ma ancora terribilmente attuale.

giovedì 10 gennaio 2008

Neronoia - "Un mondo in me" - Eibon Records - 2006

Dalla collaborazione tra Canaan e Colloquio nascono i Neronoia, progetto che vede coinvolti membri di entrambe le band, e volto ad una proposta definibile chiaramente dark-wave, con un approccio compositivo sperimentale ed elettronico. "Un Mondo In Me" è un disco introspettivo e malinconico, una lunga trama sonora soffusa, intima, che ti sbatte delicatamente sul muso il senso di vuoto che alberga nella coscienza di chi ha a che fare continuamente con sentimenti come l'abbandono, la solitudine, l'empatia e l'incomprensione, e si riscopre ogni volta estraneo alla piega effimera intrapresa dalla quotidianetà. Ritmica blanda, melodie dilatate, tappeti di tastiere fiancheggiate da arpeggi di chitarra fluidi, a dir poco liquidi, accenni di ambient, e la voce di Gianni che racconta, quasi sussurrando, un diario personale fatto di pensieri e parole che rimandano alla condizione umana dell'essere sensibile. Un discanto introverso e grigio che fluttua leggero attraverso le correnti della rassegnazione, dell'accettazione di uno stato delle cose che non smette mai di tormentare. Un filtro che scompone i processi emotivi in piccoli, fragili frammenti pronti per essere assorbiti, e poi ricomposti sotto forma di espressività. Lancinanti. Disperati. Spietati. Come la produzione del disco, a dir poco sbiadita, rarefatta, tendente quasi al silenzio, da camera. Altro processo che enfatizza la condizione malinconica di un lavoro che si appresta a diventare un cult, e non solo per quanto concerne la scena nostrana, come già funziona per gli stessi immensi Canaan, e per i Colloquio, rappresentati come meglio non si poteva dalle rispettivie intuizioni, dalle rispettive sensazioni, dallo stesso modo di intendere la comunicazione del proprio disagio interiore. Quello che prende in ostaggio le dieci tracce titolate semplicemente con numerazione romana, e che come un urlo silenzioso destinato ad implodere fa strage di sè stesso. Si, "Un Mondo In Me", per davvero. Livido, trasognato, ferito, dove i giorni sembrano durare in eterno, condannato a vivere per sempre col rimpianto. Un mondo a parte che non conosce pace, ma che sa perfettamente cos'è il dolore. Già riuscirne a parlare è faticoso, e farlo senza autocommiserazione è un'impresa; tuttavia, farne una forma d'arte come nel caso dei Neronoia, invece, è il passo successivo che conduce alla Conoscenza perchè solo attraverso il dolore riesci a capire veramente chi sei. Ma neanche...

Recensione già pubblicata su Hardsounds.it
Mystic River - di Clint Eastwood. Con Sean Penn, Tim Robbins, Kevin Bacon, Laurence Fishburne. Colore 137 min. Produzione Usa 2003.

L’America non ha un padre. Fin troppe volte si è dato ascolto ai consigli ad ai richiami dello zio Sam. E fin troppe volte, i padri che dovrebbero essere tali annullano i figli nel nome(indiretto) del più annichilente atto di violenza: quella psichica come conseguenza di quella fisica: i tre bambini della storia che sfuggiti ai lupi, diventati grandi, si trasformano loro stessi in lupi. Mastro Eastwood, forse il cineasta più credibile degli States ancora in vena di girare film invece che fare semplicemente cinema, ha tratto dal libro “La morte non dimentica” di Tennis Lehane(grazie alla entusiasmante sceneggiatura di Brian Helgeland, già autore di quella di “L.A. Confidential”) una pellicola agghiacciante in fatto di tema sia sociale, sia morale. Avvalendosi di un cast eccezionale, Penn in stato perenne di grazie vincitore dell’Oscar quale migliore attore protagonista, ed un altrettanto immenso Robbins anch’egli vincitore della statuetta ma come migliore interprete non protagonista, Clint ritrae la vita di un quartiere operaio di Boston ed il dramma comune che lo attanaglia attraverso il vincolo che lega fin da ragazzini tre personaggi i quali, dopo il rapimento di uno dei tre ad opera di due ambigui “poliziotti” che lo violenteranno sessualmente, si ritroveranno adulti e distanti venticinque anni dopo, pur vivendo nella stessa città, ognuno con il proprio mestiere, le proprie paure ed insicurezze. A riportarli ancora in contatto un altro episodio drammatico: l’omicidio della figlia di Jimmy(Penn). “Mystic River” è un continuo fluttuare di emozioni. E’ il ritratto severo di un mondo che immerso nel dubbio si lascia trascinare nel baratro della vendetta per espiare il proprio dolore(e la propria colpa). Robbins-Dave è una sorta di cacciatore di pedofili, Jimmy-Penn ucciderà Dave sospettato di essere l’omicida della figlia, Sean-Bacon che da tutore della legge sembra essere al di sopra delle parti, nel finale, con un gesto ambiguo quanto esplicativo, proverà ad uccidere Jimmy e, forse, se stesso perché, come racconta a Jimmy , quel giorno quando rapirono Dave, anche loro subirono indirettamente le stesse violenze. E’ la morte, dunque, che cancella tutto, dolore e dubbi compresi? Ed in effetti, dopo la perdita dell’innocenza, sembra sia quello l’unico modo, paradossalmente, per vivere senza paura. Clint non risparmia neanche il cattolicesimo. Come in tutto il film, non prende nessuna posizione, né la parte di nessuno dei suoi personaggi. Racconta, e dicono molto più di mille parole due inequivocabili scene: il primo piano dell’anello di uno dei due poliziotti che rapiscono Dave con una croce in bella mostra all’inizio del film, e l’enorme tatuaggio di Jimmy sulla schiena, sempre una croce, nel lungo epilogo. Dopo il padre assente de “Un mondo perfetto”, e dopo i padri ladri-assassini de “Gli spietati”, un altro capolavoro sul peccato senza possibilità di redenzione, sulla figura di chi dovrebbe guidare ed essere un punto di riferimento ma che, ciclicamente, fallisce drammaticamente.

E’ questo mondo, tutto sommato, a non avere un padre.

mercoledì 9 gennaio 2008

Fino alla fine del mondo - di Wim Wenders. ConWilliam Hurt, Sam Neil, Max Von Sydow, Jeanne Moreau, Solveig Dommartin. Colore, 158 minuti. Produzione Germania/Francia/Australia 1991.

Il mondo attraverso un viaggio metafisico, le persone(familiari) lontane e separate dalla distanza dei continenti, la fuga(da se stessi?), la meta(ritrovarsi), le immagini(futuristiche), i sogni(sintetici ma non antitesi dell’onirismo classico), integrazione(sconcertante) fra culture agli antipodi, entrambe ed in modi differenti assuefatte dalla tecnologia(tranne l’eccezione) nei momenti che precedono la caduta di un satellite per le comunicazioni satellitari nella pellicola più controversa del cineasta tedesco. Un road movie ridondante di elementi che interagiscono tre essi per accumulo di materiale e non con la fluidità voluta da molti critici che hanno etichettato il film come “confusionario”. Una interazione, invece, affascinante proprio per il modo in cui è stato sceneggiato/montato: Wenders rende giustizia all’incontenibile incompiutezza dell’animo umano, al senso di smarrimento della coscienza dell’uomo alle porte del nuovo millennio(la storia è ambientata nel 1999) ed alla difficoltà delle comunicazione attraverso la parola ormai soppiantata dalle immagini e dalla tecnologia, con mini-storie a sé stanti ambientate in altrettanti luoghi distanti l’uno dagli altri, ma legate da personaggi alla ricerca di un unico ricordo da registrare(straziante in tal senso il ricordo come entità presente, e non da ricercare nel tempo andato) e che potrebbe ridare la “vista cerebrale” a chi il presente non ha potuto vederlo. Un mondo nuovo che condurrà alla morte la Moreau(per l’apparente gioia o per non avere saputo reggere l’impatto col mondo odierno?), madre cieca di Trevor(Hurt), il quale si trascina per i continenti alla ricerca di immagini da registrare grazie ad un congegno digitale ideato e da consegnare al padre, Dr. McPhee(Von Sydow), che ha costruito un laboratorio ipertecnologico nel deserto australiano nel bel mezzo di una comunità di aborigeni e che trasmetterà al cervello della moglie per ridarle la “vista”. Il viaggio di Trevor è contornato da diverse altre figure: dalla compagna di viaggio Claire(Dommartin, moglie di Wenders), e di lui innamorata, dal detective super accessoriato che li insegue dappertutto al soldo del convivente(Neil) di Claire, da un agente segreto della Cia che tenta di impossessarsi del congegno “cattura-immagini”, e da una carovana stravagante di altri soggetti. Sullo sfondo, le metropoli e le grandi città attraversate dai personaggi: Venezia, Mosca, Lisbona, Tokyo, Berlino fungono da tappe sfuggevoli senza mai dichiararne l’effettivo fascino ma che rendono ancora meglio l’idea dello smarrimento dell’uomo moderno afflitto dalla sua stessa idea della (fanta)scienza. Certo i punti negativi non mancano: affiora a volte la sensazione di troppi finali, di qualche spunto solo accennato e mai sviluppato, ma l’innumerevole quantità di cose che Wenders affronta(senza compiacimento alcuno) , le immagini ad altissima risoluzione, i differenti generi trattati, una colonna sonora tra le migliori ascoltate negli ultimi anni(U2, Talking Head, Nina Simone…), li affonda in pochi attimi ed affiorano solo a mente fredda come in questo preciso momento. Un’unica chiave di lettura del film, dopo tutto quasi due ore e mezza di proiezione, potrebbe essere la frase dell’aborigeno che nel finale commenta lo smarrimento di Trevor nelle lande desertiche ed al quale aveva consigliato di dormirci per espiare il dolore grazie all’aiuto degli spiriti dei suoi antenati: “….ma è difficile trovare un uomo perduto nel labirinto della sua anima”. Ecco l’uomo, anche se spinto da lodevoli propositi, che non riesce ad afferrare il senso della sua esistenza dinanzi al dolore e dinanzi ad un mondo capace, almeno inizialmente, di dare speranza attraverso la scienza “digitale”. Wenders anticipa i tempi e lo fa in modo oggi comprensibile con la “confusione” che alcuni hanno visto in questa sua opera al tempo. La sua “confusione”, visionaria ma frammentata, fredda ma ispirata, è la confusione del nostro tempo attuale.

lunedì 7 gennaio 2008

Hall Of Mirrors - "Reflections On Black" - Silentes Rec. - 2007

Se il progetto Amon/Nimh viveva di sangue e terra lanciate alla ricerca dell'indefinibile attraverso il CD 'Sator', la nuova forma artistica del duo Giuseppe Verticchio/Andrea Marutti assume sembianze meno misteriche e relativistiche per addentrarsi nell'oscurità e scrutarne il senso. Così, lo sprofondare di 'Sator' nelle viscere della creazione lascia il posto alla tentazione di dare un nome alle tenebre non per carpirne i segreti, ma per chiamarla letteralmente per nome. Una riflessione in confidenza con un interlocutore ostico, secolarmente prodigo di mutismo e così divertito dal celare un immaginario perlopiù inesistente ma tremendamente rilevante. Questo è a mio avviso lo scopo di 'Reflections On Black', nuovo lavoro che esce a distanza di poco tempo dal precedente connubio artistico. E' il tentativo di dare parola ad un concetto privo di materia, senza corpo, ma in grado di condizionare la vita pur non esistendo. L'oscurità è prima di tutto una proiezione di noi stessi dentro cui raffiguriamo tutte le paure, la stanchezza di esistere e, soprattutto, diversamente, un luogo dove rifugiarsi, curarsi, lontano dalle insidie della modernità. Ed i quattro movimenti presenti nel disco la stratificano, la sezionano fino a farla diventare un unicum filosofico finale che non pretende di dare né cerca risposte, solo essere compreso. La strumentazione è tipica del genere, via di synth, montaggio audio, effetti, tapes etc. con una inaspettata, malinconica chiusura, "Recovery", affidata principalmente alla chitarra elettrica: forse il momento meno ispirato - comunque penetrante - a causa di un ripetersi perpetuo di arpeggi che alla lunga non scuote come nei precedenti movimenti, quelle mete obbligate così intense e tattili. Come sentirsele addosso, come se cercassero di entrarti sotto pelle, farti sentire l'oscurità in tutta la sua dimensione mentre dispensa velate ma percettibili melodie che si struggono da sole all'inverosimile. Non un lamento, ma un canto. Non disperato: consapevole della sua essenza. Gli Hall Of Mirrors tracciano le condizioni per arrivare ad un Nirvana a rovescio dove l'illuminazione non la si raggiunge distaccandosi dalle cose del mondo terreno, ma introiettandosele. Perché il buio aiuta a vedere le cose come realmente sono.

Il peso specifico dell'oscurità.


Recensione già pubblicata su Hardsounds.it